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GAS: il suo impatto sulla spesa nazionale e sulla salute dei cittadini
Un’analisi dell’ ing. Ugo Rocca (Resit Srl) e Gianni Girotto (M5S), Pubblicata da ITALIA Solare il 21 aprile 2017

Tutti i più recenti studi sull’energia – non ultimi quelli dell’Agenzia internazionale dell’Energia – dicono la stessa cosa: la domanda di gas è in calo sia in Italia che nel resto dell’Europa. E continuerà a scendere anche nei prossimi anni. L’obiettivo europeo al 2030 sull’efficienza energetica, considerato da Girotto (M5S) poco ambizioso, determinerà una riduzione dei costi delle misure anti-inquinamento e della sanità di una cifra compresa tra 4,5 e 8,3 miliardi. Migliorerà notevolmente la sicurezza energetica riducendo le importazioni di gas del 12%. E allora, si domanda Girotto (M5S), perché insistere su un progetto che porterà solo rischi per l’ambiente, la salute e intere economie locali, e che oltretutto non risolve il problema della sicurezza energetica? Stiamo parlando dal famigerato gasdotto TAP sul quale il Governo ha deciso di scommettere. I costi per la realizzazione di questa infrastruttura verranno ammortizzati in alcuni decenni. Un tempo talmente lungo, che ci porterà a pagare l’opera anche se sarà inutilizzata perché il mondo e il modello energetico sarà cambiato.

Ugo Rocca (Resit Srl) dal suo canto fa un’analisi di tipo numerico.

Il gasdotto TAP dovrebbe portare circa 19 mld di mc/anno, attorno al 2020/21, di cui solo 7 (o 9 secondo fonti più ottimiste) destinate in Italia. Tale portata, si ipotizza, potrà aumentare fino a 30 mld mc/anno dopo il 2030, di cui sempre solo una parte per l’Italia. Ebbene in ltalia si consumano circa da 50 a 70 mld mc/anno (70 negli anni di “punta”) mentre la portata totale già disponibile in Italia con i metanodotti esistenti (da Russia, Algeria, Nord Europa) supera i 130 mld mc/anno.

La “decarbonizzazione”, ai fini dell’effetto serra, non può essere perseguita con il gas proveniente da migliaia di km (3500 nel caso TAP) essendo chiaro che le inevitabili fughe/perdite ed i consumi per il pompaggio pesano in una valutazione a “ciclo completo, calcolate secondo le normative americane, fino ad uguagliare gli effetti (“serra”) del petrolio/gasolio (sempre a ciclo completo) che si vorrebbe sostituire in Italia col gas, sia nei trasporti che nel riscaldamento civile. Come noto una molecola di gas naturale equivale a 22/25 molecole di CO2 ai fini dell’effetto serra.

Viene anche “reclamizzata” la possibile riduzione dei costi grazie alla concorrenza tra più fornitori. In questa reclam andrebbe anche considerato che se le rinnovabili crescono e la decarbonizzazione va avanti, come tutti auspichiamo, sarà probabile un aumento dei costi del gas per ridotto sfruttamento delle infrastrutture di trasporto.

Ugo Rocca, in questa analisi, ha anche ripreso gli elaborati preparati (negli anni passati) per uno studio commissionato da APAT ed ha provato a sintetizzare alcuni risultati, aggiornandoli ove possibile. L’analisi nello studio era riferita ai rilasci dovuti alla produzione elettrica da gas, olio, carbone. Risultavano (sostanzialmente confermati anche da dati Stazione Sperimentale Combustibili, ENEA, GRTN, ISSI ed altri) circa 380 g-CO2 equiv./kWh in fase combustione da gas con la migliore tecnologia e circa 474 g-CO2 eq/kWh con tecnologia tradizionale. Valori di circa 730 per l’olio comb. e di 850 per il carbone superficiale (910 per quello da miniera profonda).

Per la fase di precombustione, i valori dipendono da vari fattori, si può aggiungere 210/290 g-CO2 eq/kWh per il gas dalla Russia o 49-86 g-CO2 eq/kWh per il gas italiano. Valori intermedi valgono per il gas Algerino etc. Per il carbone e l’olio i valori precombustione sono decisamente minori che per il gas. Occorre specificare che il gas Russo ha in generale all’origine fino al 20% di CO2 (6% il gas Algerino), CO2 che viene spesso rilasciata in atmosfera (venting) per le esigenze normative di trasporto commerciale (max 2-2,5% in volume) nei metanodotti. Durante il trasporto via metanodotto viene inoltre consumato gas (con rilascio di CO2) e si verificano perdite (CH4 in flaring, praticamente trasformato in CO2) e fughe di metano (CH4). Le fughe variano da 1% nelle grosse condotte ben gestite (da ENI) al 3-4% ed oltre (fino al 7%) in altri casi e comunque del 3-4% nella fase di distribuzione.

Altra considerazione importante: l’equivalenza ai fini dell’effetto serra di una molecola di CH4 per 21 molecole di CO2 (protocollo di Kyoto, rif.100 anni) da valutazioni recenti sembra spostarsi verso valori più alti (33/34).

Nel caso della trazione, sempre con riferimento all’effetto serra, i valori sono relativamente simili per i vari combustibili, si valuta un rilascio di circa 140-150 gCO2eq/km sia per il gas che per la benzina (leggermente la più alta) che per il diesel; quest’ultimo fa valere ovviamente il migliore rendimento del ciclo Diesel rispetto al ciclo Otto, come noto, dimezzando i consumi (in litri) a parità di percorso.

Per concludere, al di là delle valutazioni certamente da approfondire, sembra opportuno notare come l’idea di “decarbonizzare” sostituendo il gas ad altri combustibili fossili, in particolare al gasolio, almeno ai fini dell’effetto serra potrebbe risultare minimale o sostanzialmente inutile e pertanto dannoso, sottraendo risorse indispensabili a interventi veramente strutturali quali la elettrificazione dei trasporti (metro, tram, filobus, auto elettrica) e la eliminazione o riduzione della combustione nel sistema urbano (teleriscaldamento, geotermia, riscaldamento elettrico, quest’ultimo soprattutto per anziani, come suggerito anche da Assoedilizia).

Se si “spende” per investire in metanodotti, motori per trazione a gas, stazioni di rifornimento gas, sarà più complicato investire in auto elettriche e colonnine di ricarica, in teleriscaldamenti e mezzi collettivi elettrificati (con risparmi per i cittadini in assicurazioni, combustibili e misure di disinquinamento urbano).

Link dell’articolo su ITALIA Solare:

www.italiasolare.eu/notizie/gas-il-suo-impatto-sulla-spesa-nazionale-e-sulla-salute-dei-cittadini

IN ITALIA MANCA UN ENTE DI SICUREZZA PER IL GAS
Articolo dell’Ing. Ugo V. Rocca sulla rivista QualEnergia n. 4 di ottobre 2016

In Italia manca un ente di sicurezza per il metano, ma è il più importante e diffuso vettore energetico del paese.

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L’interessante articolo sul fotovoltaico di Francesco Grillo, pubblicato dal “Corriere della Sera” il 27 aprile scorso è, per almeno due aspetti, una lucida analisi dei possibili sviluppi della tecnologia.
Dopo un’ammiccante apertura sulla grande quantità di energia che il sole mette a disposizione (un’ora e mezza è pari al fabbisogno energetico mondiale di un anno) e quindi sulle enormi possibilità di utilizzo, l’autore fa notare che oggi, finalmente, la tecnologia consente la trasformazione della radiazione solare in energia elettrica in modo economicamente conveniente.
In Italia prima che altrove da oltre un anno è stata raggiunta la “grid parity”, grazie alla maggiore insolazione rispetto agli altri paesi e al costo più elevato dell’elettricità prodotta dai sistemi tradizionali.
La transizione energetica verso il solare rappresenta un’ottima occasione per il rilancio dell’economia italiana, europea, forse mondiale e, al contempo, rispetta l’ambiente evitando le tradizionali soluzioni climalteranti.
Un altro aspetto significativo è costituito dalla possibile indipendenza energetica raggiungibile, una volta abbandonate le fonti fossili provenienti da Russia, Emirati Arabi, Arabia Saudita e pochi altri.
Due punti di estrema importanza per il prossimo futuro attraverso un decisivo sviluppo del solare: rilancio dell’economia industriale e autonomia energetica dall’attuale geopolitica delle fonti fossili.
Si pone ovviamente il problema della necessità di accumulo dell’energia per l’utilizzo in ore di minore insolazione.
L’autore richiama i rilevanti progressi delle tecnologie relativi alle batterie di accumulo di elettricità.
In realtà sono già disponibili sistemi di accumulo in bacini di acqua con centrali di pompaggio, tecnologia quest’ultima che vanta da tempo in Italia notevoli esperienze e applicazioni conseguite dall’Ente elettrico nazionale.
Perché nel nostro Paese si continuano a importare abbondanti quantità di fossili e a proporre nuovi inutili gasdotti anziché puntare direttamente sul solare? Gli interessi, pur comprensibili, degli acquirenti non dovrebbero ostacolare la crescita di quelli produttivi nazionali, in un Paese che ha bisogno di veder crescere i posti di lavoro e la ricchezza nazionale, il Pil appunto.
Sarebbe necessario perseguire una politica energetica che preveda indiscutibilmente la riduzione della costosa importazione di fossili e l’aumento al massimo grado possibile delle fonti rinnovabili, risorse endogene e disponibili gratuitamente che consentono, a parità di spese di produzione del kWh elettrico, di trasferire all’ammortamento dell’impianto (lavoro e fornitura) e al lavoro (operatività e gestione) i costi di esercizio, oggi in larga parte destinati all’acquisto di costosi combustibili dall’estero.
Ci si può chiedere perché i governi che si sono succeduti negli ultimi anni, sono sempre stati più sensibili alle richieste delle potenti lobby degli importatori invece che alla crescita del Pil nell’interesse del Paese nonostante l’impegno formalmente assunto, a livello europeo e internazionale alla Cop 21 di Parigi, di ridurre il ricorso ai fossili.

Metano fuori posto
Apprendiamo dalla cronaca, per i soliti motivi d’indagine sugli affidamenti dei lavori, che si vorrebbe portare il metano nell’isola di Ischia.
È incredibile pensare di inquinare con il bruciamento di combustibili fossili, dannoso e assolutamente inutile, le isole Italiane di maggior pregio.
L’energia, adeguata alla necessità dell’isola (in realtà di tutte le isole), può tranquillamente essere fornita dal vettore elettrico, pulito e non pericoloso quanto il gas, facendo ricorso alle fonti rinnovabili, in particolare al fotovoltaico, ormai in grado di produrre in modo economicamente vantaggioso l’energia elettrica, senza incentivi di Stato e nel rispetto dell’ambiente.
La presenza di forti incentivazioni statali al gas (Legambiente ha calcolato circa diciannove miliardi in cinque anni), specificamente ai cosiddetti “bacini di utenza”, porta a “storture” degli interventi, come l’incentivazione dell’uso del gas di importazione proveniente dalla Siberia o dall’Algeria anche in zone di montagna, in sostituzione del corretto ricorso alle risorse interne quali biomassa, legno, sottobosco.
Da rilevare la mancanza in Italia di un Ente di Sicurezza per la distribuzione e l’utilizzo del gas metano, il più importante e diffuso vettore energetico del paese, considerata la presenza di numerosi incidenti rilevati nei centri urbani soprattutto nel periodo di accensione del riscaldamento.
In Francia e in Gran Bretagna, pur con un uso notevolmente più limitato del gas per riscaldamento, sono presenti organismi dedicati alla certificazione degli impianti in merito alla loro sicurezza (rispettivamente Qualigaz e Corgi Services), in grado di garantire e controllare l’applicazione corretta delle normative in fase di realizzazione e di esercizio degli impianti stessi.
In Italia si ricorre agli esperti forniti dalle stesse aziende distributrici del gas.
Il Cig (Comitato Italiano Gas), è un’associazione di diritto privato con il compito di elaborare in collaborazione con l’Uni (Ente Nazionale Italiano di Unificazione) norme, specifiche tecniche, rapporti e linee guida attinenti i gas combustibili.
Il Cig riporta una statistica allarmante sugli incidenti domestici causati dall’utilizzo del gas naturale.
L’andamento degli incidenti dal 1992 al 2001 mostra una sostanziale diminuzione: 271 nel 1992 (50 letali) e 138 nel 2000 (22 letali); nel 2001 si è avuta un’ulteriore diminuzione, 132 (27 letali).
Nel 2010 sono riportati 219 incidenti da gas canalizzato (15 letali, 23 decessi) e 385 infortuni.
Nel 2014, in linea con l’andamento degli ultimi anni, 138 infortuni (14 letali).
Dal 2009 a oggi, sono 83 gli incidenti, 196 i feriti, 83 i decessi e 29 i crolli oltre a vari disagi ai cittadini.
Un’ampia raccolta di questi dati, è consultabile sul sito www.resit.it alla voce “utilities, appunti, incidenti gas”.
La responsabilità degli Enti fornitori di gas in città si ferma alla consegna dello stesso al cliente (al contatore in pratica), con il risultato che, in caso di esplosione, i danni causati anche ai vicini sono responsabilità dell’utente, in genere ignaro del reale pericolo e non tutelato da un’apposita assicurazione.
Assoedilizia ha più volte richiamato la necessità di intervenire per limitare gli incidenti causati dal gas divulgando articoli come: “Esplosioni di gas nelle case”.
L’elenco è quasi un bollettino di guerra.
Il presidente Achille Colombo Clerici suggerisce di prevedere specifiche forme assicurative obbligatorie per l’utilizzo del gas, che coprano i danni contro terzi e di favorire il ricorso al riscaldamento elettrico da parte delle persone anziane.
I pericoli dell’uso del combustibile gas metano sono di varia natura: • il metano inquina con effetti dannosi anche ai fini dell’“effetto serra” con una molecola che vale ventuno volte la molecola di anidride carbonica.
Il trasporto e la distribuzione del gas sono causa di fuga dello stesso; alle conseguenze citate si aggiungono gli effetti inquinanti del successivo bruciamento;

• il metano forma una miscela esplosiva con l’aria, da cui i numerosi “scoppi” per cause accidentali. Da notare che la distribuzione del gas avviene nei centri urbani parallelamente alle fognature, causando una miscela esplosiva nei condotti sotterranei con possibilità di esplosione lungo le strade. Si sono anche verificate “esplosioni” in abitazioni e locali pubblici ai piani terra, anche in assenza di fornitura di gas alle abitazioni e ai locali stessi (basta entrare in bagno con la sigaretta accesa);

• il metano “stratifica” quindi risulta particolarmente pericoloso in caso di perdita di gas nelle abitazioni.

Informazione necessaria
Considerato il vasto utilizzo del gas in Italia, la presenza di un Ente per la Sicurezza, o anche l’individuazione di uno già esistente deputato esplicitamente al settore, rappresenterebbe un elemento di tranquillità per i cittadini, oggi poco o male informati sui reali pericoli ma soprattutto potrebbe coordinare le verifiche periodiche da effettuare sia sulle “caldaie” sia sulle condotte di distribuzione del gas.
L’inquinamento da gas da novembre ai mesi successivi, oltre agli incidenti che può causare, è un’aggiunta ai disagi che cittadini devono subire come le limitazioni al traffico automobilistico (targhe alterne) non potendo ridurre facilmente le emissioni da riscaldamento.
La rivista Quattroruote, di marzo scorso, rileva come la principale causa dei rilasci nocivi in ambito urbano, che risultano aumentare negli anni, sia attribuibile alle diffuse “caldaie” più che alle automobili i cui rilasci invece sono in continua diminuzione.
Nelle citta europee non sono applicate strategie di contenimento delle emissioni perche non si superano i limiti ammissibili, sia per un abituale e molto ridotto traffico automobilistico sia per il ricorso diffuso al teleriscaldamento urbano.
Appare francamente inaccettabile che si continuino a inquinare le citta italiane, considerate tra quelle di maggior pregio architettonico e culturale al mondo, con il bruciamento diffuso di combustibili fossili da parte dei motori termici delle auto, delle caldaie familiari o condominiali a gas o gasolio.
I trasporti urbani e mezzi pubblici collettivi, possibilmente elettrificati (metro, tram, filobus), ridurrebbero drasticamente il ricorso alle auto private.
L’energia necessaria alla domanda di riscaldamento potrebbe tranquillamente essere fornita dal teleriscaldamento (anche da combustibili fossili al limite, ma con centrale unica di quartiere e distribuzione di acqua calda) o dal vettore elettrico (possibilmente con ricorso alle fonti rinnovabili), mezzi di distribuzione energetica “puliti” e non pericolosi quanto le condotte del gas.
Con questi sistemi avremmo come per incanto citta non inquinate.
Tecniche ampiamente diffuse in altri paesi europei e solo parzialemente in Italia.

Combustioni nocive
Ricorrendo al teleriscaldamento con calore fornito da centrali di cogenerazione, si avrebbe un vantaggio aggiuntivo, un migliore rendimento globale e un piu ridotto (circa 30%) ricorso al combustibile, con un guadagno economico e soprattutto ambientale.
Combustibile d’importazione ovviamente con i conseguenti problemi di esborso valutario e di dipendenza energetica dall’estero.
Occorre una nuova e decisa strategia energetica per evitare gli effetti nocivi della combustione inquinante, qualunque sia il combustibile utilizzato, e progressivamente serve ridurre la forte dipendenza energetica del Paese ricorrendo alle risorse endogene rinnovabili, oggi anche economicamente utilizzabili.
Si puo sperare con ottimismo che in Italia, la politica con la P maiuscola, sappia cogliere l’opportunita per un decisivo cambiamento di strategia energetica.

* Ing. Ugo V. Rocca, Presidente RESIT

REFERENDUM TRIVELLE
Perché votare “SI” al referendum del 17 Aprile 2016.

L’era dell’utilizzo di prodotti fossili , almeno per la produzione di energia elettrica, volge rapidamente al termine. Già oggi il petrolio viene utilizzato essenzialmente solo per il settore dei trasporti. Anche il gas non potrà durare a lungo. Intendiamoci, non mancano le riserve, ma sono finite quelle economicamente sfruttabili. Oggi il gas viene cercato in profondità sia a terra che in mare, con costi elevati e problemi ambientali difficilmente risolvibili. Comunque per gli idrocarburi si parla di risorse finite e non rinnovabili. Solo il carbone , tra le risorse fossili, risulta ancora disponibile in quantità e diffuso territorialmente in più zone geografiche (e meno “problematiche” delle zone di interesse per gli idrocarburi).
I recenti suggerimenti COP21 sono chiaramente indirizzati a rimodulare le strategie energetiche attuali a favore di una maggiore tutela ambientale del nostro pianeta e di un più esteso ricorso alle fonti energetiche rinnovabili .
Ma andiamo al dunque, perché i fautori dell’astensionismo difendono gli interessi dei “petrolieri” ? Dalle dichiarazioni ufficiali sembra di poter individuare due motivazioni prevalenti:
– difendere i posti di lavoro attuali sulle piattaforme a mare entro le 12 miglia
– evitare che le quantità di gas “nazionale” vengano sostituite con import di gas dall’estero.
Ambedue le ragioni appaiono scarsamente convincenti e motivate.
I posti di lavoro persi , pochi tenuto conto del numero limitato di piattaforme da chiudere (al momento della scadenza delle concessioni), potrebbero essere integrati nel settore delle rinnovabili. Lo stesso Ente (ENI), che reclamizza sui maggiori quotidiani nazionali le nuove tecnologie nel fotovoltaico “concentratori luminescenti” sviluppate dal proprio settore ricerche, potrebbe provvedere al problema. In ogni caso lo smantellamento delle piattaforme richiederà personale nei prossimi anni in numero maggiore di quello da salvaguardare.
Qual è il vero motivo del NO? Forse tentare di non dismettere le piattaforme consentendo al concessionario di decidere quando e se le riserve vanno considerate esaurite evitando così di dover affrontare costi e problematiche non trascurabili. Il referendum, per chiarezza, non ci invita ad esprimere un’opinione sulla possibilità di consentire o meno le trivellazioni entro le 12 miglia ma se costringere il concessionario a dismettere le piattaforme alla fine della concessione o permettergli invece di decidere autonomamente il da farsi.
Quanto al tema della eventuale necessità di una maggiore importazione di gas dall’estero in sostituzione del piccolo quantitativo di gas estratto dalle piattaforme a mare se queste venissero chiuse, l’affermazione francamente appare risibile e si basa su una presunta incapacità delle fonti rinnovabili di sostituire il fabbisogno coperto dal gas nazionale. Le rinnovabili avrebbero invece grandi possibilità di ulteriori sviluppi. Basti pensare che già oggi in Germania, ad esempio, con minore irraggiamento solare che in Italia, è presente una potenza installata fotovoltaica (40 GWp) maggiore che nel nostro paese (18,5 GWp). In realtà il problema della sostituzione del gas con le rinnovabili presenta scenari di ben altro respiro e per questo motivo lo sviluppo è storicamente osteggiato dagli “idrocarburi”.
Perché in Italia continuare ad importare quantitativi enormi di gas dalla lontana Siberia o da paesi oltre mare, con costi notevoli per l’economia del paese e con gravi conseguenze ambientali e non tentare al contrario di sviluppare le rinnovabili e ridurre a quanto strettamente necessario tale import strategicamente ed economicamente pesante?
L’Italia ha necessità di importare energia, non avendo risorse fossili a sufficienza (le poche disponibili non sarebbero sufficienti da sole ad affrontare il fabbisogno energetico italiano di un anno, per cui sarebbe opportuno ed utile mantenerle come scorta strategica), e quindi presenta una forte dipendenza energetica dall’estero, ragione per la quale dovrebbe prima e più di altri paesi puntare sulle possibili alternative oggi disponibili riducendo l’importazione. In pratica si dovrebbe sfruttare al meglio le fonti rinnovabili , disponibili in Italia in misura ancora non ben utilizzata, riducendo il ricorso alle importazioni.
Si assiste invece ad un insensato “spreco” di risorse fossili provenienti dall’estero e ad un mancato utilizzo di risorse endogene rinnovabili.
Sarebbe sufficiente un ricorso più esteso al teleriscaldamento urbano (una unica centrale termica di quartiere e distribuzione della acqua calda per il riscaldamento civile, anziché distribuzione con rete gas e riscaldamento con piccole caldaie di condominio o autonome ) per razionalizzare l’uso del costoso metano ed eliminare i pericoli e gli inquinamenti connessi all’uso diffuso dello stesso nel tessuto urbano, con benefici ambientali per le città d’arte italiane e per i cittadini (senza ricorrere all’inutile sistema delle targhe alterne). Se poi tale centrale termica fosse di tipo “cogenerativo”, cioè in grado di produrre in sequenza energia elettrica (ad alta entalpia) ed energia termica (bassa entalpia), si conseguirebbe un ulteriore guadagno di circa il 30% sul combustibile necessario rispetto alle due produzioni separate, con notevoli benefici economici ed ambientali.
Quanto al ruolo delle rinnovabili, basta ricordare che il fotovoltaico ha ormai raggiunto la cosiddetta “grid parity” , cioè il sogno di oltre venti anni di noi pionieri del solare; in pratica il costo di produzione del chilowattora elettrico da fotovoltaico, grazie alla forte diminuzione dei costi dei componenti, risulta oggi inferiore al costo di produzione dello stesso da centrali termiche di tipo tradizionale. Il fotovoltaico pertanto non necessita più di incentivi economici come in passato ma piuttosto di normative che ne facilitino lo sviluppo.
Sarebbe quindi auspicabile un ricorso maggiore, il più alto possibile, al fotovoltaico ed in generale alle fonti rinnovabili, per ridurre per quanto possibile la pur necessaria al momento importazione di energia dall’estero.
In pratica occorre che le rinnovabili nazionali provvedano non solo alla sostituzione delle piccole quantità di gas estratto dalle piattaforme a mare, ma piuttosto provvedano alla graduale sostituzione dell’attuale eccessiva importazione di energia, riducendola nella misura la più alta possibile.
Si può quindi in generale evidenziare l’opportunità , da cogliere, di un radicale mutamento di strategia energetica che porti all’abbandono graduale ma deciso delle tradizionali tecniche basate sulla combustione di combustibili fossili, con gli inevitabili inconvenienti ambientali legati alla combustione e, nel caso del gas, con rilevanti problemi di sicurezza. Il referendum può essere una buona occasione per dare un importante impulso al cambiamento , come suggerito dal COP21 e da autorevoli voci del mondo scientifico e sociale, puntando sulle energie rinnovabili abbondantemente disponibili anche nel nostro paese.
Queste le ragioni per un motivato “SI” al prossimo referendum del 17 aprile.

* Ing. Ugo V. Rocca, Presidente RESIT